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Un Programma nazionale per dire basta al turismo dei rifiuti

Ref ricerche: «Per molti cittadini e amministratori locali, la definizione del problema “gestione rifiuti” sembra coincidere con la negazione della necessità di costruire impianti»

Di Luca Aterini

Guardando anche solo ai rifiuti urbani – come quelli che generiamo ogni giorno nelle nostre case, ma che sono neanche il 18% del totale – il turismo della spazzatura è ormai arrivato in Italia a produrre impatti ambientali ed economici da record.

Si stima infatti che il turismo di rifiuti urbani comporti spostarne 2,7 mln di ton l’anno in regioni diverse da quelle di produzione, impiegando 107mila viaggi di camion su 49 mln di chilometri (e allargando l’osservazione ai rifiuti speciali si arriva a  1,2 miliardi di km percorsi ogni anno, senza contare le tratte fuori confine). Un flusso che i piani regionali di gestione rifiuti non sono evidentemente riusciti a frenare, come spiega oggi il laboratorio Ref ricerche nel nuovo position paper Gestione rifiuti. Sostenere i Piani Regionali con un approccio “razionale” e condiviso.

In larga parte di questi piani regionali «la quantificazione dei fabbisogni è stata sistematicamente “artefatta”, magnificando gli esiti delle politiche di prevenzione e lo sviluppo delle raccolte differenziate, piegando al ribasso gli scenari di produzione di rifiuti ed escludendo dal computo delle capacità impiantistiche i rifiuti speciali simili ai rifiuti urbani, che invece incidono sul raggiungimento delle capacità massime di trattamento degli impianti. Queste “pianificazioni a prescindere” pongono le basi di costose migrazioni dei rifiuti o lungo l’asse Sud-Nord del Paese o verso l’estero. L’Italia paga così, letteralmente, l’incapacità di trovare il consenso sugli impianti necessari al recupero energetico, sia da rifiuti organici sia da rifiuti indifferenziati».

Sono infatti queste le due frazioni che trovano maggiori criticità, e in entrambi i casi la maglia nera va a Lazio e Campania: insieme, totalizzano complessivamente uno sbilancio di gestione dei rifiuti indifferenziati per circa 1 milione di tonnellate, cui si aggiunge l’organico per oltre 630mila tonnellate.

Ma sotto questi profili non sono certo due soltanto le regioni in crisi, impiantistica ma anche di programmazione. Per verificarlo, il Ref ricerche ha confrontato gli obiettivi messi nero su bianco dai vari piani regionali con i risultati effettivamente conseguiti, e risulta che solo «Lombardia ed Emilia-Romagna hanno raggiunto o sono prossime agli obiettivi di Piano».

Un risultato che pesa in termini di impatti ambientali quanto sulle tasche dei cittadini: «Vi è un legame – argomentano nel merito dal laboratorio – tra i surplus e i deficit impiantistici e le tariffe pagate dagli utenti, con gli extra-costi di gestione, derivanti dai deficit impiantistici e dall’export fuori regione, che hanno un impatto significativo sulle bollette degli utenti. Non è un caso, dunque, se tra le Regioni con il costo del servizio più elevato troviamo Campania (447 euro/mq) e Lazio (383 euro/mq), le due regioni con il deficit impiantistico più elevato».

Come se ne esce? La grande chance per un cambio rotta è arrivata con il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti (Pngr): introdotto in fase di recepimento delle nuove direttive Ue dal D.Lgs. 116/2020 e richiamato anche all’interno del Pnrr, la sua stesura è stata avviata dall’ormai ex ministero dell’Ambiente lo scorso novembre e dovrà essere completata entro marzo 2022, assicurando il coordinamento delle varie pianificazioni regionali.

Senza un salto culturale nell’amministrazione pubblica come tra la cittadinanza, il rischio più che concreto è però che anche il Pngr non riesca a superare quelle diffidenze e proteste locali che sempre più spesso bloccano la realizzazione degli impianti necessari a gestire i rifiuti che generiamo. Un problema messo in evidenza nei giorni scorsi anche dalla Corte dei conti, e assimilabile in definitiva a un problema di comunicazione.

«In Italia, per molti cittadini e amministratori locali – confermano dal Ref ricerche – la definizione del problema “gestione rifiuti” sembra coincidere con la negazione della necessità di costruire impianti, ritenendo che la tariffa puntuale e una raccolta differenziata spinta siano la soluzione di tutti i mali. Purtroppo, così non è. Nel caso dei rifiuti, la complessità nasce da alcune distorsioni o degenerazioni del nostro modo di produrre e consumare. Per questo, analoga attenzione va riservata alle politiche orientate alla prevenzione della produzione di rifiuti, sia urbani sia da attività produttive, che vanno dalla progettazione dei beni (ecodesign) al sostegno al riuso e alla rigenerazione. Ugualmente importante è avviare una riflessione su quantità e tipologia degli oggetti che produciamo e consumiamo in un Paese ad alto reddito come il nostro».

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