Braungart e la ‘missione rigenerazione’ «Vi spiego il modello dalla culla alla culla»

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Braungart e la ‘missione rigenerazione’ «Vi spiego il modello dalla culla alla culla»

La Nazione – Rinascimento 3.0

Braungart e la ‘missione rigenerazione’ «Vi spiego il modello dalla culla alla culla»

Il guru tedesco: non pensiamo solo a minimizzare i danni

di Elena Comelli

MILANO La nostra missione non è minimizzare i danni. «Al contrario, è fare del bene al pianeta che abitiamo». Michael Braungart, il guru tedesco del modello Cradle to Cradle (dalla culla alla culla), non vuole sentir parlare di riduzione dell’impronta ambientale. «È un concetto noioso e triste, che implica un peccato originale, un errore di base che l’uomo si porta sempre dietro e può essere redento solo dall’alto, come insegna la religione cattolica. Invece l’uomo non ha bisogno di salvatori, perché non è sbagliato. Non deve costringersi e limitarsi, perché ha enormi potenzialità inespresse per fare del bene a questo pianeta. Qui non si tratta d’inventarci un’economia meno dannosa, ma di sviluppare un sistema industriale capace di fare del bene, producendo oggetti utili a noi stessi e anche al pianeta». È proprio quello che Braungart sta facendo da trent’anni, da quando ha lasciato la direzione del presidio sulla chimica di Greenpeace e si è messo in proprio, per fondare l’Environmental Protection Encouragement Agency, con cui ha aiutato migliaia di aziende a riconvertire al “bene” milioni di prodotti, creando vernici che si mangiano lo smog, moquettes che puliscono l’aria, magliette biodegradabili e così via. Tutti prodotti belli a buoni, che fanno guadagnare chi li realizza e il territorio che lo ospita. «Abbiamo perfino esposto alla Biennale di Venezia un edificio Cradle to Cradle, che pulisce l’acqua e l’aria, produce ossigeno e genera humus invece che consumare risorse», ricorda Braungart. Creare prodotti tossici e inquinanti, per Braungart, è soprattutto un insulto alla qualità. Non sarà la politica, dunque, ma una nuova generazione di imprenditori e di costruttori a cambiare le cose. «In un Paese come l’Italia, dove si sono formati i migliori designer, la sensibilità per la qualità è innata: quando si costruisce qualcosa di nuovo si cerca il meglio, non il meno peggio», spera Braungart. La sua fiducia nei giovani viene da anni d’insegnamento all’universita di Rotterdam e in vari atenei della Germania. «Questo è il nostro messaggio ai giovani designer e architetti, che costruiranno il mondo di domani: se possiamo partecipare a una bella storia, perché accontentarsi di una storia meno brutta?» Certo, non è un percorso semplice. «Ma neanche tanto difficile, una volta ridefinito il concetto di rifiuto, che in realtà va considerato un nutrimento», sostiene Braungart. «Qualsiasi prodotto può essere progettato con lo scopo di non finire mai nella spazzatura e di rientrare in circolo all’infinito». In pratica, però, la questione è più complicata. «Tutti i materiali utilizzati nei processi industriali ricadono in due grandi categorie: materiali tecnici e organici», spiega Braungart. Il primo passo del design rigenerativo è escludere tutti i materiali sintetici che abbiano effetti negativi sull’uomo o sull’ambiente e mantenere nei processi produttivi solo quelli non tossici. Poi bisogna organizzare la catena distributiva in modo che i prodotti possano ritornare all’origine. Il resto è banale: i materiali tecnici hanno vita lunghissima e quindi possono essere riusati moltissime volte nella produzione dello stesso prodotto, senza rovinarsi – precisa –. I materiali organici, invece, si degradano rapidamente, ma proprio perché appartengono al ciclo della vita, possono ritornare alla terra, decomponendosi senza danni per l’ambiente: «In un mondo ideale, questo tipo di materiali si potrebbero gettare dal finestrino del treno in piena campagna, con la coscienza perfettamente pulita». Nel modello rigenerativo, i due gruppi di materiali seguono ognuno il proprio ciclo, ma una volta uniti in un prodotto, la responsabilità del loro riutilizzo ricade sulle spalle del produttore. In questo modo, i rifiuti industriali verrebbero ridotti quasi a zero. Naturalmente, all’origine di ogni produzione c’è la pura domanda economica di mercato, ovvero: cosa vuole il cliente? «Il cliente certamente non vuole una tv che contiene oltre 4.000 elementi tossici, vuole solo guardare un film o uno show. Il cliente vuole abiti puliti, ma non necessariamente una lavatrice. In questi casi, ha senso vendere il servizio piuttosto che il prodotto, con una specie di leasing ecologico. Se la tv o la lavatrice vengono solo affittati, ma rimangono di proprietà del produttore, possono essere costruiti con materiali completamente diversi, molto migliori di quelli che si utilizzano oggi per ridurre il prezzo al minimo». «Abbiamo studiato, per esempio per esempio, con un fabbricante di automobili un veicolo le cui componenti vengono incollate invece che saldate. Il veicolo non sarebbe venduto, ma affittato per 100.000 chilometri – prosegue –. Una volta terminati, sarebbe immerso in una soluzione batterica che degrada l’adesivo, per poi riutilizzare le diverse componenti». Sembra un’idea stravagante, ma con l’avvento dell’auto elettrica, in cui la vita della batteria è più breve di quella del veicolo, potrebbe diventare uno standard.

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