Riciclo, Italia leader nell’Ue male su suolo ed ecoinnovazione

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Riciclo, Italia leader nell’Ue male su suolo ed ecoinnovazione

La Repubblica

Riciclo, Italia leader nell’Ue male su suolo ed ecoinnovazione

Non più fossile ma rinnovabile, non più lineare ma circolare, non più spazzatura da destinare alla discarica ma materiali da riutilizzare e riciclare. È una rivoluzione anche lessicale quella che sta guidando nel nostro paese il passaggio verso un’economia non più basata sullo spreco e sulla produzione di rifiuti, ma sull’idea che, una volta giunto a fine vita un prodotto, la materia prima che vi è contenuta debba tornare a vivere per altri usi. Nella consapevolezza che occorre affrontare con urgenza temi non più rimandabili. Dalla lotta ai cambiamenti climatici alla scarsità di materie prime, che sta mettendo a rischio molti settori industriali, fino alla necessità di garantire al nostro Paese una crescita sostenibile nel tempo, anche dal punto di vista economico.. Tra i consumatori a guidare il cambiamento sono soprattutto i giovani, sempre più propensi a comprare nei negozi di seconda mano, a riparare piuttosto che a gettare e ad acquistare prodotti durevoli o che possono essere riciclati a fine vita. E le stesse imprese stanno rispondendo puntando ad adottare modelli circolari e a ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività. Qualche esempio? Dalla creazione di nuovi capi partendo da filati ottenuti da vestiti vecchi rigenerati al recupero di scarti organici per la realizzazione di carta da impiegare per il packaging. A questo si affianca la tendenza crescente verso l’ecodesign, che consiste nella realizzazione a monte di prodotti già pensati per essere facilmente riciclabili a fine vita, e verso la circolarità dei processi produttivi, ad esempio, con il riutilizzo degli scarti o dell’acqua impiegata. I dati del IIII Rapporto Greenitaly 2022, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, confermano questa tendenza. In base all’indagine, negli ultimi cinque armi un quinto delle aziende italiane (oltre 531 mila imprese) ha fatto investimenti che hanno a che fare con l`ambiente: risparmio energetico, fonti rinnovabili, recupero di materiali, innovazione di processo e di prodotto. Secondo la mia circolare che punta in particola- ricerca, investire in economia circolare e sostenibilità paga: le imprese green mostrano infatti performance migliori. Sono più resilienti, esportano di più, crescono maggiormente in termini di fatturato e producono più posti di lavoro. Il Rapporto nazionale sull`economia circolare in Italia 2022 realizzato dal Cen (Circular Economy Network), in collaborazione con Enea, rivela però una situazione ancora tra luci e ombre. Il nostro paese si posiziona infatti al primo posto, insieme alla Francia, nella classifica complessiva di circolarità nelle principali cinque economie dell’Unione europea, staccando di parecchi punti paesi come Germania e Polonia. L`Italia è inoltre il paese che ha registrato il maggiore incremento nelle proprie performance negli ultimi cinque anni. Ad esempio, con 7,4 tonnellate di materiali consumati per abitante nel 2020, la Penisola ha dimostrato di essere molto più virtuosa rispetto alla media europea (13 tonnellate). Buone notizie arrivano anche dal tasso di utilizzo circolare di materia: quest’ultimo nel primo anno pandemico ha raggiunto una quota del 21,6%, seconda solamente a quella della Francia (22,2%). Anche sul fronte del riciclo dei rifiuti l`Italia si è dimostrata vincente, raggiungendo una quota del 68%, ovvero il dato più elevato dell’Unione europea. Il rapporto ha analizzato anche la situazione in termini di quota di energia rinnovabile utilizzata sul consumo totale lordo di energia, ambito in cui l`Italia si è collocata in seconda posizione, subito dopo la Spagna. Dati positivi ai quali però si affiancano anche alcuni aspetti in cui occorre migliorare. Qualche esempio? Il consumo di materiali interni e il Pil non hanno ancora preso direzioni diverse e questo significa che non sono state raggiunte buone performance di circolarità dell’economia. Il consumo di suolo è inoltre ancora troppo elevato e il nostro paese si trova agli ultimi posti in Europa in materia di ecoinnovazione. Quest’ultimo è uno dei due temi al centro del Piano di azione europeo per l’economia circolare a favorire la progettazione ecocompatibile dei prodotti e la circolarità dei processi produttivi. Una spinta a livello nazionale dovrebbe poi arrivare dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) che per lo sviluppo di questa tematica ha messo a disposizione 2,1 miliardi di euro, dei quali 1,5 miliardi per la «realizzazione di nuovi impianti di gestione rifiuti e ammodernamento di impianti esistenti» e 600 milioni per «progetti `faro` di economia circolare». Nell’ambito del piano è stata elaborata anche la Strategia nazionale per l’economia circolare, documento programmatico, di cui è stato pubblicato di recente il cronoprogramma, che prevede una serie di azioni. Tra queste, la creazione di un nuovo sistema di tracciabilità dei rifiuti; incentivi fiscali a sostegno delle attività di riciclo e utilizzo di materie prime secondarie; la revisione del sistema di tassazione ambientale dei rifiuti, per rendere più conveniente il riciclo rispetto al conferimento in discarica; il finanziamento per la realizzazione di centri per il riuso e la riparazione dei beni; la riforma dei sistemi di Epr (responsabilità estesa del produttore) e dei consorzi con la creazione di uno specifico organo di vigilanza sotto la presidenza del ministero; misure specifiche per l’uso del suolo e delle risorse idriche in ottica di economia circolare. A questo si affiancano altre iniziative promosse a livello nazionale. Un esempio arriva dal ministero dello Sviluppo economico che ha emanato un decreto per favorire la transizione verso l’economia circolare e la sostenibilità energetica delle micro, piccole e medie imprese. Il decreto prevede in particolare lo stanziamento di 678 milioni di euro che verranno erogati sotto forma di contributi a copertura dei costi di investimento, con una quota variabile dal 25% al 60%, a seconda delle dimensioni dell’impresa e dell’area geografica di appartenenza.

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