Aumenta del 22% l’uso di materiale riciclato nei packaging di 500 grandi aziende impegnate con la Fondazione MacArthur

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Aumenta del 22% l’uso di materiale riciclato nei packaging di 500 grandi aziende impegnate con la Fondazione MacArthur

Corriere della Sera

Aumenta del 22% l’uso di materiale riciclato nei packaging di 500 grandi aziende impegnate con la Fondazione MacArthur. Per farlo, hanno già mobilitato dieci miliardi

Plastica circolare

di Elena Comelli

Petrolio a buon mercato e ansia «da contatto». Il coronavirus ha fornito una «buona» scusa per inondare il mondo di plastica fossile. I prodotti monouso sono tornati alla ribalta, con l’ubiquità di mascherine, schermi di tutti i tipi e imballaggi per l’asporto, proprio in un momento in cui l’industria petrolifera teme il crollo della domanda nei trasporti, con l’avvento dei veicoli elettrici, e punta sui prodotti petrolchimici per colmare il divario.

Una spinta uguale e contraria, per fortuna, si oppone a questa massiccia produzione di prodotti che richiedono centinaia di anni per decadere e invadono l’ambiente di microplastiche, uccidendo la fauna marina e arrivando anche sulle nostre tavole. Le immagini degli oceani e dei fiumi intasati hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sui danni della plastica per l’ambiente e per la salute.

È da qui che origina la crescita dell’uso di plastica riciclata nel packaging da parte delle aziende che hanno aderito al New Plastics Economy Global Commitment, aumentato complessivamente del 22% tra il 2018 e il 2019. Il bel risultato emerge dal secondo rapporto della Fondazione Ellen MacArthur, che ha promosso l’iniziativa insieme all’Unep, il programma dell’Onu per l’ambiente. «Siamo di fronte a un vero progresso, è stata una bella sorpresa», ha detto Sander Defruyt, che guida la New Plastics Economy alla Fondazione. Le 500 aziende, organizzazioni e governi aderenti al Commitment hanno fissato dei target perché entro il 2025 la plastica da loro utilizzata possa essere inserita in un sistema di produzione e riutilizzo «circolare», in modo che non diventi mai rifiuto. Oltre un milione di tonnellate di plastica vergine in meno verrà utilizzata ogni anno grazie al loro impegno, con un risparmio di CO2 equivalente a togliere dalla strada 350 mila auto. Nel complesso, gli investimenti che gli aderenti al patto hanno reso pubblici verso questi obiettivi circolari hanno toccato, nel 2019, i dieci miliardi di dollari. Tra i firmatari del patto ci sono aziende responsabili della produzione e diffusione di oltre un quinto di tutti gli imballaggi in plastica a livello mondiale, come Danone, Mars, Unilever, Coca Cola, PepsiCo, H&M, L’Oreal, oltre a specialisti nella gestione delle risorse come Veolia e produttori di materie plastiche, dal colosso del polietilene Borealis al campione italiano delle bioplastiche Novamont. L’obiettivo ultimo è disaccoppiare la produzione di plastica dalle fonti fossili, usando solo materiali biodegradabili, oltre alla plastica già prodotta fino ad oggi e riciclata. E, in questo modo, ridurre drasticamente l’inquinamento.

Nel complesso, oggi, i tagli nell’uso di plastica vergine dei firmatari lascia ancora ampi spazi di miglioramento: le aziende hanno ridotto il loro uso totale solo dello 0,1%. «Per raggiungere gli obiettivi del 2025 avremo bisogno di vedere una significativa accelerazione», sostiene Defruyt. Ma l’impegno c’è: dice il report che il 31% dei firmatari ha già fissato dei target in questo senso, e il 37% lo farà nel breve periodo.

Al momento, la riduzione è dovuta soprattutto alla sostituzione con altri materiali. Nel settore degli imballaggi, che assorbe un quarto dei 380 milioni di tonnellate di materie plastiche prodotte ogni anno nel mondo, c’è una fortissima richiesta di contenitori a base di fibre vegetali, biodegradabili e compostabili.

Fra i materiali già da tempo in commercio, ci sono le alternative di fibre vegetali per i contenitori del cibo da asporto, come quelle famose prodotte da Novamont o quelle di Footprint, un’azienda basata in Arizona, che parte dalle fibre utilizzate per produrre cartone, addensandole in modo da farle diventare altrettanto stabili della plastica, con il vantaggio di poterle anche riscaldare nel microonde.

L’olandese Avantium, invece, è arrivata a buon punto nella produzione di bottiglie biodegradabili, supportate sia da Carlsberg che da Coca-Cola e Danone. Per la fondazione Ellen MacArthur, però, sostituire un materiale con l’altro non basta: bisognerebbe puntare alla riprogettazione radicale del sistema, per tagliare alla radice la necessità di imballaggi.

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