Chi mette a rischio inquinamento davvero il compost italiano

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Chi mette a rischio inquinamento davvero il compost italiano

Il Salvagente

Tra fanghi da depurazione e metalli pesanti, la filiera del compost in Italia ha certamente diverse minacce da tenere a bada. Alcune più piccole, altre più grandi e infide. La nostra curiosità nei confronti di un settore molto importante e altrettanto sensibile, visto che se da un lato consente un uso intelligente e sostenibile di una frazione importante di rifiuti dall’altro finisce nei campi e magari anche nei nostri orti casalinghi, è nata dopo aver scoperto che sempre più imballaggi si dichiarano – e sono perfino certificati – come compostabili. Anche quelli stampati e realizzati in carta riciclata. Da qui abbiamo iniziato il nostro viaggio che ci ha portato a scovare alcune analisi di laboratorio su queste confezioni che raccontiamo in un servizio nel numero in edicola. Durante il percorso, però, abbiamo incontrato qualcosa di forse ancora più interessante: la presenza nel compost, in quantità rilevanti, di fanghi da depurazione, che nel nostro paese possono purtroppo contenere anche sostanze pericolose come diossine e Pcb.

Tutti gli imballaggi sono idonei per il compost?

Ma andiamo con ordine: siamo partiti come dicevamo dal crescente investimento dell’industria alimentare sugli imballaggi compostabili, una delle ultime frontiere del marketing ecosostenibile. Alcuni brand cominciano a puntarci, è il caso di Fileni, che ha introdotto per il confezionamento di sei prodotti di carne “antibiotic free” un imballaggio interamente compostabile, e Dalla torre, che per il burro “La montanara” garantisce incarto e inchiostro compostabili e certificati “Ok Compost”, un marchio europeo che garantisce la possibilità di conferire l’imballaggio nel contenitore dell’organico.
Vista la novità dell’imballaggio che può finire nel bidone dell’organico, abbiamo cercato di vederci chiaro, a partire dagli inchiostri che, utilizzati per le confezioni, possono portare con sé fino al compost metalli pesanti sgraditi alle piante e all’organismo umano.
Abbiamo cercato – e trovato – analisi su imballaggi di carta per uova, effettuate da un laboratorio accreditato e commissionate in ambito industriale. Ricerche che dimostrano che rischiano di finire nel compost metalli pesanti che sarebbe meglio non arrivassero a contaminare la terra. Alluminio, piombo, manganese, bario, zinco, rame, ferro, cromo, litio e vanadio: sono i minerali trovati sulle confezioni, insieme a tracce di Mosh, oli minerali di origine fossile potenzialmente dannosi per il fegato.
Tanti o pochi? I residui erano presenti in misura contenuta, sempre al di sotto dei limiti di legge che nei fertilizzanti sono fissati solo per alcune sostanze attraverso il decreto legislativo 75 del 2010. Che però non fissa un tetto, tanto per fare un esempio, per l’allumino, bario, litio e per gli oli minerali Mosh.
Una delle confezioni analizzate era certificata “Ok compost”. In questo caso l’unico limite che i produttori devono rispettare è un complessivo di 100 mg/kg dei livelli totali di concentrazione di quattro metalli pesanti, così come previsto dalla Direttiva europea 94/62/CE. In dettaglio piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente.
Nell’imballaggio l’unica sostanza normata presente in quantità rilevabile è stato il piombo, con 8,7 mg/kg. Spiega Franco Ferroni, responsabile Agricoltura e biodiversità di Wwf Italia: “È probabile che i metalli pesanti siano riconducibili agli inchiostri presenti nella carta e nei cartoni riciclati con cui sono fatte le confezioni per le uova”. Parliamo di concentrazioni elevate oppure no? Conclude Ferroni: “Sicuramente meno sostanze chimiche persistenti mettiamo in circolo negli ecosistemi, meglio è. Tenendo però conto che la quantità di confezioni che finirebbero nel compost sarebbero minime rispetto al volume complessivo della sostanza organica compostabile, il rischio di contaminazione non credo sarebbe mai preoccupante”.

La punta dell’iceberg

Se, insomma, l’uso degli imballaggi non costituisce una preoccupazione per il compost, è probabilmente più preoccupante la presenza di fanghi da depurazione in quantità rilevanti. Come ci racconta infatti il direttore del Cic, il Consorzio italiano compostaggio, Massimo Centemero,  rappresentano il 10% degli scarti che diventeranno fertilizzante dopo il trattamento. Per il direttore del Cic una situazione sotto controllo: “Il decreto Genova ha introdotto per la prima volta nella normativa nazionale dei limiti di accettabilità dei fanghi per questi parametri, sancendo che i fanghi che rispettano quei limiti possono essere valorizzati in agricoltura”.
Ma come il Salvagente ha raccontato in passato, l’articolo 41 del decreto Genova del 2018, insieme alle successive modifiche, permette di utilizzare anche fanghi contaminati da sostanze pericolose come diossine, Pcb, idrocarburi, furani. Considerando che con il contenuto del compost infatti, si producono fertilizzante per orti, giardini e campi agricoli, la domanda da cui siamo partiti per questo servizio ritorna forse con ancora più forza: vista la crescente importanza della filiera del compost, forse è il caso che tutti gli attori in campo chiedano regole più stringenti e più chiare per i consumatori.

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