Il rifiuto di gestire i rifiuti che blocca l’economia circolare toscana

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Il rifiuto di gestire i rifiuti che blocca l’economia circolare toscana

Greenreport

Nuovo scontro tra Confindustria e la Regione, in vista delle elezioni

Sul territorio grava un deficit impiantistico per la gestione degli scarti stimato in almeno 210.442 tonnellate/anno, con importanti ricadute negative in termini ambientali ed economici

Di Luca Aterini

In origine è stato il candidato governatore Eugenio Giani a indicare la necessità di non tergiversare più nella realizzazione di impianti utili a chiudere il ciclo di gestione dei rifiuti – nella fattispecie si parlava di un termovalorizzatore –, evocando maldestramente la metafora dei “carri armati” ma ponendo un problema reale per la Toscana; sono poi bastati pochi giorni perché Giani, durante il primo confronto pubblico ospitato da La Nazione con la candidata Susanna Ceccardi, cambiasse narrazione dicendo che «non c’è necessità di pensare a nuovi termovalorizzatori». Ma la (mancata) gestione rifiuti sembra destinata ad infiammare ancora il dibattito pubblico nelle settimane che mancano alle elezioni regionali, e stavolta scoccano scintille tra Confindustria Toscana nord e l’assessore all’Ambiente in carica, Federica Fratoni.

«Le elezioni regionali che si stanno avvicinando hanno nei temi ambientali uno dei riferimenti più importanti», osservano gli industriali sottolineando che un’efficiente gestione dei rifiuti è non solo un indispensabile presidio ambientale ma anche un elemento di competitività economica fondamentale: «Il ricorso allo smaltimento in impianti esteri o comunque lontani dal territorio regionale è sempre più frequente, con importanti impatti ambientali dovuti ai trasporti, con costi sempre più elevati e con conseguente grave penalizzazione delle aziende, alle prese con concorrenti internazionali che ignorano problemi del genere».

Sul tema si registrano crescenti preoccupazioni e proteste da parte delle imprese: da soli, gli scarti dei quattro settori nell’area Lucca-Pistoia-Prato ammontano a 50.000 tonnellate per il tessile-abbigliamento; 200.000 tonnellate per il cartario; 1,5 milioni di tonnellate per gli scarti edili, riportano da Confindustria. Come gestirli? «Il binario è doppio: riutilizzare di più gli scarti, ridurre quindi i rifiuti ma prendere anche atto che questi ultimi continueranno a esistere e ad esigere impianti per il loro smaltimento. Impianti di smaltimento che – nonostante errate e incomprensibili affermazioni diverse –  non sono affatto in contrapposizione con i principi dell’economia circolare ma viceversa ne sono parte integrante», ordinati in scala gerarchica. Per Confindustria «servono normative adeguate per favorire il recupero di materia, così come servono impianti per consentire il recupero di energia da quella parte della materia che non è riutilizzabile», ma «il dibattito pubblico appare viziato da approcci ideologici e populistici»  e «niente di tutto ciò sta accadendo».

Accuse cui risponde l’assessore Fratoni concentrando l’attenzione sugli impianti di recupero energetico e smaltimento: «Pensare ancora oggi che termovalorizzatori e discariche siano la soluzione al problema è una posizione di retroguardia. L’economia circolare è fatta di impianti industriali che per lo più stanno fuori dalla pianificazione pubblica e dal concorso della tariffa sui rifiuti. Per questo il ruolo delle imprese è essenziale».

Una replica che da Confindustria bollano come «sconcertante», in quanto «la linea ‘i rifiuti delle vostre imprese sono affari vostri’ è il contrario di quello di cui la Toscana ha un disperato bisogno: politiche ambientali vere per la gestione di scarti e rifiuti. I privati hanno le mani legate, senza una pianificazione regionale sulle aree che possano ospitare gli impianti, sulle regole per la loro realizzazione e, possibilmente, anche su ragionamenti di sistema di dimensione più vasta che comprendano anche i rifiuti urbani e quindi il livello pubblico. Gli ostacoli che sta incontrando Kme ne sono la dimostrazione. Dire ‘fatevi gli impianti’ senza creare un contesto che consenta (non diciamo “favorisca”, anche se sarebbe giusto: ci limitiamo a dire “consenta”) la loro realizzazione significa solo lavarsene le mani e assistere, evidentemente con indifferenza o compiacimento, all’andirivieni dei tir che portano i rifiuti toscani in giro per l’Italia e l’Europa».

Al proposito è utile ricordare che in un anno in Toscana si producono 2,3 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e 9,8 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, che vagano in cerca di impianti autorizzati a gestirli: secondo le stime elaborate da Ref Ricerche sono almeno 8.760 i tir carichi di spazzatura valicano ogni anno i confini regionali, con elevati costi ambientali (si pensi solo al relativo traffico e smog) oltre che per le aziende e per i cittadini, in termini di Tari più salate. La Toscana infatti ha un deficit impiantistico per la gestione dei propri rifiuti stimato in almeno 210.442 tonnellate/anno, tra rifiuti urbani e speciali.

Ma ha senso parlare insieme di rifiuti urbani e speciali? Nei fatti è quanto già accade, visto che in Toscana il 30% dei rifiuti urbani sono in realtà rifiuti speciali assimilati (senza dimenticare che, a livello nazionale, 10,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali derivano dal trattamento di rifiuti urbani): una pianificazione comune– e la necessaria determinazione a realizzare gli impianti pianificati – sarebbe con tutta probabilità più efficiente, sicuramente più sostenibile. Toglierebbe gran parte degli alibi alla sterile diatriba termovalorizzatori (o discariche) sì-no: quel che occorre è un Piano rifiuti e bonifiche che individui come chiudere davvero il ciclo di gestione dei nostri scarti seguendo la gerarchia europea (prevenzione, recupero di materia, recupero energia, smaltimento in discarica), sapendo che servono impianti lungo tutta questa filiera. Senza tabù.

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