Rifiuti, un comparto industriale CANCELLATO DA due commi

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Rifiuti, un comparto industriale CANCELLATO DA due commi

Il Sole 24 Ore

Giovanni Giannini, Flavio Raimondo e Carlo Lusi*
Gli occhi puntati sui DL, Rilancio e Semplificazioni, hanno fatto perdere di vista una mossa pericolosa quanto
insidiosa che rischia di spazzare via totalmente un intero comparto industriale: con solo due commi su un
totale di 133 milioni di rifiuti speciali, in base alle stime circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, come
per magia, si trasformerebbero in rifiuti urbani. Come in molte estati del passato torna caldo il tema
assimilazione ed infatti in questi giorni le Commissioni Ambiente di Camera e Senato stanno discutendo gli
schemi di recepimento del Pacchetto Economia Circolare approvato nel 2018 dal Parlamento Europeo (Atto
169 sulle direttive 2018/851 e 2018/850 ed i famigerati commi 8 e 9 dell’articolo 1 che riguardano le
modifiche agli articoli 183 e 184 del D.Lgs. 152/06). I commi 8 e 9 avrebbero dovuto solo recepire quanto
previsto dall’art. 3 della Direttiva 2018/851; introducendo invece elementi nuovi lo schema in discussione
stravolge sostanzialmente l’attuale sistema di classificazione dei rifiuti, assimilando i rifiuti speciali e
recuperabili in rifiuti urbani, senza limiti di sorta. Se questo accadesse verrebbero meno le finalità della
normativa europea e dell’economia circolare, decretando per legge la morte del settore Recupero e Riciclo.
Ciò va evitato ad ogni costo: assimilando i rifiuti prodotti dalle aziende ai rifiuti urbani, attualmente gestiti dai
Comuni attraverso le municipalizzate, gli schemi normativi in discussione farebbero ricadere nello stesso
circuito i rifiuti speciali recuperabili, con la conseguenza che tali rifiuti verrebbero anzitutto sottratti al sistema
della tracciabilità, vi sarebbero certamente meno recupero, meno riciclo e più inefficienze. Le aziende del
settore verrebbero assoggettate alle regole delle grandi municipalizzate e ciò condurrebbe inesorabilmente
alla loro chiusura con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro.
Le imprese vedrebbero, inoltre, maggiorati gli oneri a loro carico per la gestione dei propri rifiuti in quanto il
servizio sarebbe soggetto a tariffa e non più alle regole del mercato. Con assetto normativo dovesse essere
confermato, verrebbe colpito al cuore quel settore industriale che in Italia realizza l’economia circolare, in
quanto gli Enti Locali potrebbero liberamente assimilare, senza alcun limite di quantità, gli speciali agli
urbani. Nello schema di recepimento proposto dal Ministero dell’Ambiente e ripreso nell’atto di governo
sottoposto a parere parlamentare, non viene previsto l’inserimento di criteri quantitativi, che vengono
cancellati rispetto ad una proposta del Ministero dell’Ambiente rilasciata tre anni fa: così facendo, non solo
verrebbero meno i principi comunitari sulla disciplina, ma verrebbero distrutti, in un solo colpo, gli sforzi
compiuti dalle imprese del recupero e riciclo che hanno consentito all'Italia di collocarsi tra i primi a livello
europeo in tale settore.
Preoccupazione mostrata anche dalle aziende del Nord Italia che individuano una follia normativa che di
colpo farebbe sparire un intero comparto industriale composto da decine di migliaia di lavoratori perché non
solo metterebbe in ginocchio l’industria italiana dall’alimentare al tessile per lo smaltimento del rifiuto nel
senso stretto del termine visto che ovviamente il sistema di raccolta degli speciali è completamente diverso
da quello degli urbani, ma anche rispetto alla tanto declamata economia circolare poiché, senza più un
sistema impiantistico destinato al recupero della materia e alla creazione della materia prima seconda, la
catena del valore non nascerebbe mai: quasi voler creare disoccupazione, danni ambientali e mettere in
ginocchio il sistema industriale del Paese.
Il recepimento del Pacchetto Economia Circolare approvato nel 2018 dal Parlamento Europeo (Atto 169
sulle direttive 2018/851 e 2018/850), che doveva e poteva semplicemente risolversi con l’approvazione di 2
commi (nello specifico l’8 ed il 9 inseriti nell’art.1 a modifica degli articoli 183 e 184 del D.Lgs. 152/06 che
avrebbero dato così “cittadinanza italiana” all’art.3 della Direttiva 2018/851), rischia di trasformarsi in un
boomerang per il sistema di riciclo e recupero Made in Italy, più efficiente e virtuosi di altri in Europa. “The
Italian Way” nella conduzione dei servizi e nella creazione dei circuiti di riciclo e di riuso, tanto apprezzato in
Europa e nel Mondo per inventiva, efficacia ed attenzione all’ambiente, rischia di essere depresso e non
convince affatto la posizione di chi vorrebbe seguire questa via per aumentare il controllo e la legalità delle
filiere. Il rischio è proprio inverso perché, con un tratto di penna, rischiamo di cancellare aziende di recupero e riciclo

che lavorano in ambito B2B con sistemi di tracciamento consolidati, e lasciare aziende produttrici di
beni “orfane” di partner che valorizzavano gli scarti delle loro lavorazioni e che vedrebbero d’un tratto
lievitare la propria bolletta dei rifiuti e i costi dei sistemi di gestione e stoccaggio degli stessi., senza parlare
degli eventuali rischi penali in capo ai legali rappresentanti delle stesse. Dopo il Lockdown e con il periodo di
lunga incertezza che stiamo attraversando, le stazioni appaltanti non si sono mai fermate dal pubblicare gare
in cui le richieste, e ancor peggio le basi d’asta, rispondono alle esigenze delle aziende private che cercano
di rimettere insieme i pezzi delle proprie filiere di raccolta, selezione, riciclo e recupero. L’assimilazione
incontrollata, dunque, ci riporterebbe indietro di anni e vanificherebbe anche gli sforzi delle Pubbliche
Amministrazioni, che sono passate a tariffa puntuale in chiave di promozione della riduzione della
produzione dei rifiuti, e del principio Europeo del “Pay As You Throw”. Sono noti i casi di catene della
Grande Distribuzione che stipulano accordi con ditte specializzate, socie di Confindustria Cisambiente, che
ritirano gli imballaggi in cartone, ad esempio, valorizzandoli economicamente, li selezionano e li rivendono a
cartiere per le ricette delle nuove carte. Sarebbe impossibile per l’industria del macero reperire sul mercato
carta riciclata con costanti caratteristiche tecniche, laddove i maceri provenienti da sfridi di lavorazione o
avviamenti di macchina, di industrie del settore cartotecnico, verrebbero mischiati con il macero di
imballaggio provenienti dalle raccolte domestiche, gestite oggi dalle instancabili società di raccolta del rifiuto
“urbano” associate a Confindustria Cisambiente. Questo macero, purtroppo, risulta meno fibroso e più
inquinato da altre frazioni estranee, e i Comuni stessi non sarebbero per questo in grado di ricevere il giusto
valore dalle frazioni mischiate, determinando soltanto un aumento dei costi delle stesse Tari delle aziende
che devono gestire gli sfridi e, contemporaneamente, cancellando il circuito dell’intermediazione e selezione
del macero di valore. Lo stesso possiamo per le altre frazioni: un abbassamento della professionalizzazione
delle filiere e il serio pericolo di inquinamento dei diversi circuiti di raccolta selettiva, potrebbero diventare
fertile terreno per faccendieri e criminalità organizzata.
*Giovanni Giannini è presidente Area emergenza e smaltimenti Confindustria Cisambiente
Flavio Raimondo è a.d. di Green Up e Consigliere generale Confindustria Cisambiente
Carlo Lusi è direttore commerciale Sumus Italia e associato Confindustria Cisambiente

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